Storia SASC | Soccorso Alpino e Speleologico Calabria

Da “Storie di Soccorso Speleologico“

Storia SASC: La preistoria del soccorso alpino calabrese di Raffaele Onorato

Nel 1989 presi sulle spalle la croce della VII Delegazione del C.N.S.A.S., Puglia, Calabria e Basilicata, lasciatami da un esausto Paolo Giuliani. La vastità del territorio di competenza, grande quasi quanto un terzo dell’Italia, e la perpetua mancanza di qualsiasi forma di finanziamento, erano alcuni dei giganteschi problemi che affliggevano la Delegazione.
Analizzando la situazione della Zona C.N.S.A.S. della quale ero diventato responsabile, notai subito che la totalità dei Volontari risiedeva in Puglia e che zone geograficamente grandi, potenzialmente pericolose e, soprattutto, oggettivamente lontane dal territorio pugliese, come la Calabria e la Basilicata, erano completamente scoperte di Tecnici di soccorso. Sola eccezione: Primo Galiano, unico Volontario Alpino calabrese, residente a Scalea. Ma la cosa ancor più assurda, per il mio modo di intendere le cose, era che venisse affidato ai pugliesi il compito di effettuare il soccorso alpino - in casa di montanari.

Ai miei "ordini" avevo una Squadra Speleo Pugliese, di lunga e collaudata esperienza, ed una Squadra Alpina Barese, che però non effettuava un’esercitazione né un intervento di soccorso da diversi anni. La mia prima azione di Delegato fu quella di imporre un "aut, aut" alla Squadra Alpina: o riprendevano l’attività a pieno regime, o avrei sciolto la squadra.
Toccò a Leo Liuzzi il grave compito, ed il grande merito, di mettere in moto, ed ad altissimo regime, una Squadra Alpina che, fino ad allora, era stata solo un fantasma. Manifestai subito a Leo la mia ferma volontà di far crescere le presenze di volontari sul territorio lucano e su quello calabrese. Dopo non poche discussioni col resto dei tecnici alpini, si decise di "aprire le porte" della squadra anche ai "non pugliesi".
Per prima cosa cercai un referente sicuro per il territorio del Pollino, e lo trovai, quasi subito, in Giorgio Braschi, persona di grande esperienza ed ex volontario del C.N.S.A.S.. A Giorgio fu dato mandato di arruolare un primo manipolo di aspiranti volontari lucani e calabresi, che Liuzzi avrebbe cominciato ad addestrare.

Io, nel frattempo, iniziai ad imbastire l’enorme ed intricata tela dei rapporti ufficiali. Inviando un’infinità di raccomandate, chiesi appuntamenti a tutti i Prefetti di Calabria e Basilicata, nonché ai vari assessori regionali, che potevano (o almeno così speravo) finanziare la realtà che stava nascendo. Gli inizi furono veramente s coraggianti: nelle prefetture ci scontravamo contro la diffidenza dei funzionari di turno, che non volevano riconoscere niente al di fuori dei VV.FF. o che esordivano dicendo "Voi siete solo un Club (riferendosi al CAI) come volete pretendere di fare il soccorso?".
Mi resi subito conto che il C.N.S.A.S. e tutte le Leggi che lo riguardavano erano completamente sconosciute a quei burocrati. E la colpa di ciò, in gran parte, era nostra. In nessuna prefettura riuscimmo a parlare direttamente col Prefetto, ma il "tarlo" del C.N.S.A.S. fummo capaci di metterlo dappertutto. Il secondo giro, infatti, fu più fortunato, ed i numeri telefonici del C.N.S.A.S. cominciarono ad essere presi in considerazione.
Arrivarono le prime richieste di soccorso, il più delle volte in territori lucani o calabresi che noi pugliesi non conoscevamo bene, e distanti diverse ore di auto da Bari, ma l’efficienza della squadra di Liuzzi si vide, chiaramente, fin dai primi interventi. Col passare del tempo, però, e con l’aumentare delle richieste di soccorso, la necessità di disporre di volontari sul posto e del posto, che ci consentissero interventi più veloci (in un periodo, tra le altre, in cui i cellulari erano ancora un bene raro), si fece pressante.

Il tempo passava ma i rapporti fra i pugliesi e gli "altri" restavano tutt’altro che idilliaci. Incomprensioni e reciproche diffidenze avvelenavano i rapporti tra volontari. Cercai di risolvere la situazione nominando come Vice Delegato Alpino un volontario calabrese, Pierpaolo Pasqua, ed istituendo, praticamente di forza, la Squadra Alpina Pollino, una squadra composta da volontari lucani e calabresi, agli ordini di Giorgio Braschi. La presenza a Cosenza di un ottimo elemento come Pasqua ci consentì rapporti più stretti con le prefetture calabresi, ma non ci aiutò a superare gli scogli della Regione e dei finanziamenti.

Ogni volta che ci recavamo in un assessorato regionale calabrese, pugliese o lucano, l’intestazione "Delegazione Puglia, Calabria e Basilicata" aveva il potere di farci apparire stranieri in ogni luogo. Ogni Regione delegava all’altra il compito di finanziarci. Era questa l’ennesima dimostrazione che il gigante VII Delegazione, per poter continuare a sopravvivere, doveva dividersi in tre realtà distinte. Tale divisione, inoltre, veniva sollecitata dal nuovo statuto nazionale del C.N.S.A.S., che nel frattempo era entrato in vigore, e che riclassificava le Delegazioni o Zone, in Servizi Regionali. Intanto il numero degli interventi aumentava, e la quasi totalità avvenivano sulle montagne o nelle forre intorno al Pollino.
La stampa locale, ed in particolare Emanuele Pisarra, cominciò ad interessarsi del fenomeno "Squadra Pollino". Seguendo il programma di formazione dei nuovi volontari, che avevamo stabilito con Braschi e Liuzzi, richiedemmo alla Presidenza Nazionale del C.N.S.A.S. delle esercitazioni con elicotteri, tutte nella zona del Pollino, e ci furono accordate. Tali manovre, rese spettacolari dall’impiego dei velivoli del SAR, ci consentirono di coinvolgere nel nostro programma addestrativo, in qualità di osservatori, i rappresentanti ed i responsabili delle varie Autorità locali, che assistevano, entusiasti, alle esercitazioni.
La cultura del Soccorso Alpino cominciava, piano piano, ad attecchire sul territorio calabrese e lucano. Altro grosso vantaggio che le esercitazioni di elisoccorso apportarono, fu il filing che si instaurò tra Francesco Catonica, eccezionale Istruttore Nazionale del C.N.S.A.S., ed i volontari del Pollino. L’abilità tecnica, il carisma e le doti umane di Francesco, infusero fiducia in quei ragazzi che si stavano avventurando lungo una strada irta di ogni genere di difficoltà e praticamente priva di ogni forma di soddisfazione materiale: la strada del volontario di Soccorso Alpino e Speleologico.

Nel 1994 avanzammo una richiesta di finanziamento all’Ente Parco Nazionale del Pollino, per la costituzione di due magazzini materiali, uno sul versante calabrese e l’altro su quello lucano. Era per noi indispensabile poter disporre di materiali affidabili (quelli in dotazione alla Squadra Alpina barese erano ormai vecchi e poco sicuri) e dislocati in punti strategici del territorio. L’Ente Parco accolse la nostra richiesta, con Delibera nº 141 del 23/11/1994, ma a causa dell’intricato percorso burocratico (richieste di preventivi, gare d’appalto, ecc.), dovemmo aspettare fino al 22 maggio del 1996 per poter avere le prime attrezzature.
Il finanziamento dell’Ente Parco fu importante non solo per il suo prezioso apporto di materiali, in una zona in cui, praticamente, non avevamo nulla, ma anche per il suo valore intrinseco di riconoscimento ufficiale delle nostre squadre alpine lucane e calabresi. Il comune di San Severino Lucano ci affidò immediatamente un locale, nel quale sono custodite tuttora le attrezzature della Squadra Pollino. Il materiale calabrese, invece, fu sistemato nella sede del C.A.I. di Cosenza.

Il giorno 16 marzo 1997, accadde qualcosa che non era mai successo prima. Una giovane signora, durante un’escursione sul Pollino, in zona Gaudolino, a Morano Calabro, cadde in una scarpata e riportò varie fratture. Fu allertata la Squadra Pollino. Giorgio Braschi intervenne immediatamente con i suoi uomini. Stavolta non si trattava del solito disperso da cercare nei boschi.
Era un vero e proprio intervento di soccorso alpino nei confronti di un politraumatizzato. Chiesi ai volontari se si sentivano pronti ad intervenire da soli, senza l’aiuto della squadra barese. La risposta fu immediata e sicura: si! L’infortunata fu recuperata con una barella da montagna e con l’impiego di tecniche di soccorso alpino. La presenza di neve complicava le cose, ma i volontari del Pollino furono all’altezza della situazione.
Un elicottero del SAR, del quale avevo richiesto l’intervento, trasportò la donna all’ospedale di Brindisi, salva! La stampa locale diede ampio spazio all’episodio ed il morale dei "miei" volontari calabresi e lucani volò in cielo, col mio cuore.

Tutto sembrava andare per il meglio e la richiesta di scissione della VII Delegazione Puglia, Calabria e Basilicata in tre Servizi Regionali distinti fu ufficialmente avanzata alla Presidenza Nazionale del C.N.S.A.S.. Poi, un fulmine a ciel sereno: all’inizio del ‘98, quando eravamo ad un passo dall’agognato traguardo, i rapporti tra volontari pugliesi, calabresi e lucani peggiorarono notevolmente, e si registrò una paurosa emorragia di volontari proprio nelle zone in cui ne avevamo più bisogno.
La situazione era resa ancor più grave dall’abbandono di Pasqua, di Liuzzi (sostituito da Beppe Gernone, eccezionale tecnico che riuscì a mantenere alto il livello di efficienza della Squadra Alpina Barese) e di Primo Galiano. Con l’aiuto di Giorgio Braschi, stimato dalla quasi totalità dei volontari lucani e calabresi, tentammo di ricucire una tela che sembrava, oramai, completamente ed irrimediabilmente lacerata. In uno storico incontro, tenutosi il 5 dicembre 1998, nel Rifugio Fasanelli al Piano Pedarreto, ci confrontammo con volontari delusi, aspiranti indecisi, guide ufficiali del Parco, responsabili delle sezioni locali del CAI e personaggi già impegnati nella protezione civile calabrese.

Riuscimmo a tirarli tutti dalla nostra parte. Ripartimmo praticamente da zero, ma con un nuovo spirito. Quasi subito cominciarono ad emergere figure di leader e di tecnici nel soccorso lucano e calabrese: Mario Tuzio, Domenico "Narduzzo" Viceconte, i fratelli Franzese, il dottore Giuseppe Varcasia, Roberto Berardi, Nino Larocca, Carmelo Pizzuti, Carmine Tedesco e, ultimo ma non ultimo, Peppe Trovato, inventore della Squadra Alpina Aspromonte.
Alcuni di essi avevano già fatto esperienza nella Squadra Pollino, altri erano nuovi per il C.N.S.A.S., ma la cosa veramente nuova era, finalmente, la volontà di diventare Delegazione, la precisa presa di coscienza, da parte di calabresi e lucani, che il soccorso, in casa propria, dovevano organizzarselo da soli. Così, l’alba del nuovo millennio illuminò due nuove realtà appena nate nel C.N.S.A.S., ma destinate, sicuramente, a diventare sempre più grandi.

Raffaele Onorato